
Dal mito ad oggi: la clinica del narcisismo
Nelle “Metamorfosi”, Ovidio, racconta il mito greco di un giovane bellissimo, incapace di amare chiunque ad eccezione di sé stesso, perdutamente innamorato del proprio riflesso ed infine consumato da esso: Narciso.
Ad oggi il termine “narcisismo” è ormai parte di un linguaggio comune, tipicamente utilizzato per descrivere persone egocentriche, alla costante ricerca di attenzione e prive di empatia. Tuttavia, l’utilizzo frequente di questo termine in differenti contesti può generare confusione o errate interpretazioni. Infatti, in ambito psicologico, il concetto di narcisismo è molto più complesso e profondo ed include una serie di manifestazioni cliniche, dalle più adattive alla vera e propria patologia.
In particolare, il disturbo narcisistico di personalità rappresenta una condizione clinica diagnosticabile attraverso criteri descrittivi specifici previsti dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) e non riguarda soltanto un eccesso di amore per sé, ma piuttosto una fragilità del senso di identità e autostima, mascherata o compensata attraverso strategie diverse. Inoltre, trattandosi di un disturbo, si caratterizza per una modalità di funzionamento rigida e persistente, che causa forti disagi e difficoltà significative nella vita e nell’ambito relazionale. Al contrario, il narcisismo in sé è un tratto di personalità che può variare in intensità da individuo a individuo e può, entro certi limiti, che lo rendono maggiormente adattivo, favorire la fiducia in sé, la motivazione a esplorare nuove esperienze e la capacità di affrontare i rischi della vita.
Il Narcisimo: storia e tipologie
Numerosi autori si sono occupati del tema del narcisismo, offrendo nel tempo diverse interpretazioni e definizioni del concetto. Il primo ad introdurre il termine “narcisismo” in ambito psicologico fu Havelock Ellis nel 1898, medico, saggista e psicologo britannico e successivamente, in ambito psicoanalitico, il concetto assume un ruolo centrale a partire dagli studi di Sigmund Freud, che ne approfondisce il significato e le implicazioni nella formazione della personalità.
Attualmente, tra gli studiosi contemporanei si è affermata una distinzione fondamentale tra due manifestazioni del narcisismo patologico: il narcisismo overt (o manifesto, grandioso) e il narcisismo covert (o vulnerabile), descritti dallo psicologo Paul Wink nel 1991. Queste due forme condividono un nucleo psicodinamico comune — un sé fragile, bisognoso di approvazione — ma si esprimono attraverso modalità comportamentali, cognitive ed emotive molto diverse.
Sia la forma overt, sia quella covert, fondano le loro radici in esperienze precoci di disconnessione empatica, rifiuto e iperidealizzazione. Secondo le teorie psicodinamiche (Kohut, 1971; Kernberg, 1975), il narcisismo patologico nasce quando il bambino non riceve un rispecchiamento empatico coerente: i suoi bisogni di ammirazione o protezione vengono ignorati, oppure accolti solo a condizione che soddisfi le aspettative genitoriali.
- Nel caso del narcisismo overt, il bambino impara che solo l’eccellenza e la forza garantiscono amore e attenzione: costruisce così un Sé grandioso e difensivo.
- Nel caso del narcisismo covert, il bambino interiorizza un senso di inadeguatezza e vive il bisogno di riconoscimento come pericoloso: sviluppa un Sé fragile e ritirato, costantemente in conflitto tra desiderio di approvazione e paura del rifiuto.
Entrambe le modalità derivano dunque da una carenza di validazione autentica e da un modello relazionale basato sull’esistenza dell’amore solo a determinate condizioni.
Il narcisismo “overt”: l’apparenza grandiosa
Le caratteristiche centrali del narcisista overt, dall’inglese “aperto” o “palese”, sono del tutto sovrapponibili ai criteri previsti dal DSM-5 per la diagnosi del disturbo narcisistico di personalità, i quali descrivono la forma più riconoscibile e stereotipata del narcisista:
- senso grandioso di importanza personale e convinzione di unicità;
- ricerca costante di attenzioni, approvazione e successo;
- scarsa tolleranza alla critica e tendenza a reagire con rabbia o disprezzo;
- mancanza di empatia;
- tendenza allo sfruttamento interpersonale.
Si tratta, infatti, di un soggetto che appare carismatico, assertivo, dominante, centrato su di sé, spesso dotato di ottime capacità di leadership e di successo in ambito lavorativo e che tende a mostrare un’elevata fiducia personale. Tuttavia, questa fiducia è spesso un costrutto fragile, alimentato dal bisogno costante di ammirazione esterna.
A proposito del narcisismo overt, Wink afferma che “Quando è palese, la grandiosità narcisistica conduce a un’espressione diretta di esibizionismo, auto-importanza, e alla preoccupazione dell’attenzione e dell’ammirazione da parte degli altri (…)” Quando, però, l’immagine grandiosa viene messa in discussione, il soggetto “overt” reagisce con rabbia narcisistica (Kernberg, 1975), un’emozione difensiva che serve a proteggere il sé da sentimenti di vergogna o inadeguatezza.
Questi individui, infatti, tendono a proiettare la propria vulnerabilità e ad attribuire all’esterno la responsabilità dei propri fallimenti o insicurezze, oscillando costantemente tra l’idealizzare ed il denigrare sé e gli altri. Dietro la sicurezza ostentata si nasconde, dunque, un’autostima fragile e condizionata, che dipende costantemente dal riconoscimento esterno.
Il narcisismo “covert”: l’apparenza vulnerabile
Il narcisista covert (o “vulnerabile”, “nascosto”) è per l’appunto molto meno evidente, e proprio per questo spesso difficile da diagnosticare. Le persone con questa configurazione non si presentano come arroganti o esibizioniste, anzi, appaiono spesso timide, insicure, riservate o ipersensibili alle critiche. Tuttavia, sotto questa facciata di modestia, si cela lo stesso nucleo narcisistico: un senso grandioso del sé non realizzato, accompagnato da una profonda ferita narcisistica.
A tal proposito afferma Wink che: “Il narcisismo covert, è contrassegnato da sentimenti in gran parte inconsci di grandezza che si mostrano come mancanza di fiducia in sé stessi e d’iniziativa, sentimenti vaghi di depressione e l’assenza di gioia nel lavoro. Il narcisista covert sembra essere ipersensibile, ansioso, timido e insicuro, ma osservato da vicino sorprende con le sue fantasie grandiose (Kernberg, 1986). Inoltre, essi condividono con i narcisisti overt quelle caratteristiche narcisistiche, come sfruttamento e un senso di essere speciali (…).”
Pertanto, le principali caratteristiche della configurazione covert possono essere così riassunte:
- ipersensibilità al rifiuto e alla disapprovazione;
- oscillazione tra fantasie di grandiosità e sentimenti di inferiorità;
- autostima instabile e fortemente dipendente dal giudizio altrui;
- tendenza alla rimuginazione, al ritiro e alla depressione;
- relazioni caratterizzate da dipendenza emotiva o idealizzazione dell’altro.
Il soggetto covert, quindi, tende a interiorizzare la colpa e la vergogna, sviluppando forme di svalutazione e autocritica distruttiva ed una vulnerabilità che può facilmente sfociare in sintomi ansioso-depressivi. In questo caso, il ritiro e l’apparente inibizione costituiscono una forma di autoprotezione, mentre vengono in realtà nutrite fantasie compensatorie di successo o rivalsa.
Dunque, nel caso del narcisismo covert, l’angoscia principale non è tanto quella di essere ignorato, a differenza dell’overt, quanto quella di essere smascherato come inadeguato o insignificante, ma entrambi, in fondo, utilizzano soltanto strategie differenti per ricercare di ottenere dall’altro una validazione continua e necessaria per esistere.
Implicazioni cliniche e terapeutiche
Oggi la ricerca empirica sostiene l’idea che il narcisismo overt e quello covert non possano essere due tipi rigidamente distinti, ma poli opposti lungo un continuum. Molti individui mostrano, infatti, tratti misti, o soddisfano entrambe le configurazioni a seconda del contesto: grandiosi in pubblico, vulnerabili in privato.
Allo stesso tempo, per il clinico invece, distinguere tra le due forme di narcisismo è fondamentale, poiché richiedono strategie terapeutiche differenti. Nel caso del narcisismo overt, il lavoro terapeutico mira a superare la resistenza e la negazione della vulnerabilità, aiutando il paziente a sviluppare empatia, capacità riflessiva e regolazione emotiva. Nel narcisismo covert, l’obiettivo è rinforzare il senso di identità e autostima, favorendo l’espressione del sé autentico e la tolleranza della vergogna.
In particolare poi, con questi pazienti, risulta di fondamentale importanza per il terapeuta, riconoscere la differenza tra arroganza difensiva e vulnerabilità nascosta, al fine di non cadere nella trappola della reazione controtransferale, ovvero la reazione emotiva inconscia sperimentata dal clinico rispetto al paziente, che in questi casi comunemente può oscillare tra irritazione e compassione. Risulta, dunque, opportuno comprendere che in entrambi i casi il sintomo rappresenta una difesa costruita per proteggersi dal dolore di non sentirsi mai “abbastanza”. Tale aspetto rende difficile per questi individui la possibilità di entrare in contatto con la vulnerabilità o riconoscere nuclei problematici, pertanto le prospettive di cambiamento appaiono complicate, ma non impossibili.
La terapia, infatti, può consentire l’esplorazione delle proprie esperienze interiori in sicurezza ed aiutare a sviluppare una modalità relazionale più compassionevole nei confronti di sé e degli altri, con il fine ultimo di costruire un senso di sé più equilibrato e, di conseguenza, instaurare rapporti più sani e autentici. Infatti, entrambi i profili beneficiano comunque di approcci basati sulla relazione terapeutica empatica, come: la psicoterapia psicodinamica contemporanea, che utilizza i modelli relazionali emersi attraverso la relazione terapeutica per ridurre la grandiosità e favorire relazioni più equilibrate; la schema therapy, utile per modificare comportamenti disfunzionali e rinforzare l’apprendimento di nuove dinamiche relazionali ed infine, la terapia basata sulla mentalizzazione (MBT), ovvero sulla capacità di riflettere su sé e sugli altri, soprattutto in termini di stati mentali. Quest’ultima in particolare, può aiutare i pazienti narcisisti a lavorare sulla notevole difficoltà che sperimentano nel comprendere cosa accade nella mente di un’altra persona, sviluppando una lettura migliore degli stati mentali propri e altrui.
Conclusione
Come dietro ad ogni maschera, così anche per il narcisismo, nelle sue declinazioni overt e covert, si nasconde qualcosa di più profondo: la paura di non valere abbastanza, di essere invisibili o non degni di amore. La maschera del successo in un caso o della vulnerabilità in un altro, rappresentano, dunque, strategie diverse per gestire lo stesso dolore, per tenere questa paura il più lontano possibile dalla superfice, nel tentativo di regolare l’autostima e di ottenere amore e riconoscimento, ad ogni costo.
Il narcisismo non nasce dalla cattiveria, ma da una ferita del sé che ricerca sollievo attraverso l’ammirazione o la protezione, da un funzionamento difensivo che ha avuto origine in un contesto caratterizzato da bisogni non riconosciuti ed emozioni non condivise.
In quest’ottica, il narcisismo, in tutte le sue forme, racconta molto più di un disturbo della personalità, parla del modo in cui l’essere umano costruisce il proprio valore, protegge le proprie ferite e cerca conferma della propria esistenza. Ciò consente di approcciare questa tematica con una comprensione più umana e di accogliere queste persone e forse anche alcune parti di noi stessi, con uno sguardo consapevole, persino curioso, ma non giudicante, che superi, pertanto, gli stereotipi.
Infine, in un mondo che si basa sull’apparenza e giudica la fragilità, comprendere il narcisismo non rappresenta soltanto un atto di cultura psicologica, ma un atto di umanità. Soltanto in questo modo, superando ciò che appare come una difesa, è possibile lasciare spazio al cambiamento, in modo più consapevole, nella capacità di entrare in relazione e soprattutto nella possibilità di tollerare con gentilezza la propria umana imperfezione, costruendo uno spazio di autenticità che consenta lo sviluppo di un sé più saldo e capace di relazioni profonde.
Dott.ssa Dafne Pandolfo
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